Da remote-friendly a full-remote: cosa abbiamo imparato

Da remote-friendly a full-remote: cosa abbiamo imparato

N.B. Questo contenuto è stato prodotto e pubblicato la prima volta da Flowing, società che da luglio 2022 è confluita in Claranet Italia. Insieme a essa sono confluite riflessioni, temi, metodologie e spunti, ampiamente condivisi e orgogliosamente riproposti all’interno di questo blog. ©claranet

PUBBLICATO IL 26/03/2020 DA

Antonio

Design & Development

Alessandro

Development

Alessandro

Design

IN SINTESI

Viviamo un momento storico che sta rivoluzionando il modo di lavorare di molte aziende. Nell’arco di pochi giorni – per fronteggiare l’emergenza Coronavirus – i decreti del Governo italiano hanno consentito ai knowledge worker italiani unicamente il lavoro da remoto. Solo una parte di essi lo aveva sperimentato prima.

Come scrive Silvia nel post precedente, Flowing ha questo modus operandi nel suo DNA già da diversi anni. Questo post vuole essere principalmente un racconto del nostro percorso per ispirare e aiutare tutte quelle aziende che in questi giorni si stanno trovando a dover affrontare un cambiamento così grande in così poco tempo. Lo scriviamo con la consapevolezza del fatto che non esiste una “ricetta per lavorare da remoto”, o tanto meno un qualche tipo di teoria deterministica in grado di dire quanto può volerci per “imparare” o quando e quanto migliora/peggiora la performance del team. Ogni organizzazione fa storia a sé in quanto sistema complesso non determinabile a priori. Ma anche nei sistemi complessi, si possono riconoscere dei pattern ricorrenti: in questo senso, conoscere più casi studio possibili è, a nostro avviso, un aiuto per affrontare questo cambiamento con la giusta consapevolezza.

Cosa significa essere un’azienda di remote worker?

Il lavoro da remoto è uno di quei concetti che hai chiarissimo fino a che non ti chiedi cosa sia veramente. Significa lavorare da casa? Lavorare dove vuoi? Non avere uffici? Lavorare ad orari flessibili? Oppure lavorare per obiettivi?

Esistono vari modi di vivere questa dimensione, variabili da azienda ad azienda: chi permette di lavorare da remoto, ma solo da un luogo specifico (casa o un coworking definito), chi pone vincoli sugli orari, chi invece sulla time-zone.

In Flowing ogni surfer può lavorare da dove vuole (casa, bar, mare…) e all’orario in cui si sente più produttivo. Seguendo però il principio dell’auto-organizzazione descritto nel manifesto agile ognuno dei nostri team si auto-regola nel rispetto delle esigenze dei progetti che porta avanti. Come reperire le giuste informazioni, chiedere feedback continuo a cliente, partecipare ai riti, dedicare tempo a lavorare insieme ai colleghi e al cliente. Scrivere codice è anche un’attività sociale e con questo bisogna regolarsi e fare i conti.

Aziende full-remote e remote-friendly

Esiste poi, dal nostro punto di vista, un’importante distinzione:

  • Le aziende remote-friendly, che hanno sia lavoratori remoti che uffici con collaboratori che li frequentano regolarmente, ma sempre con la possibilità di lavorare da casa.
  • Le aziende full-remote in cui tutti i lavoratori sono remoti, senza sedi dove i dipendenti vanno a lavorare quotidianamente.

NB. nessuno dei due modelli esclude momenti in cui ci si vede tutti, o in parte, de visu (come i corporate retreat).

Flowing è stata fino a poche settimana fa un’azienda remote-friendly. L’emergenza Coronavirus ha, ironia della sorte, solo anticipato il passaggio a pieno regime al full-remote previsto per l’estate.

Perché abbiamo deciso di essere un’azienda full-remote?

Nel nostro caso la scelta, premeditata, di passare a full-remote è dipesa principalmente da due fattori:

  • abbiamo notato che far coesistere due gruppi, una metà che lavoravano in ufficio e un’altra metà di lavoratori remoti, creava delle asimmetrie nei flussi di informazione e decisionali tali per cui chi lavora da remoto soffre spesso di disallineamento e un senso di “esclusione”;
  • oltre che un’asimmetria tra remoti e non, nella nostra esperienza se ne è sommata un’altra, ovvero il fatto che dall’ufficio di Jesi lavoravano gran parte degli ex dipendenti di extrategy, come nell’ufficio di Cesena buona parte degli ex dipendenti di ideato. Questa situazione ha creato un rallentamento nella creazione di una nuova cultura condivisa tra tutti i surfer.

Che impatto ha lavorare full-remote?

L’esperienza degli ultimi anni e, in special modo, degli ultimi mesi dove abbiamo accelerato la transizione a full-remote ci ha insegnato ancora di più che il remote working non significa fare quello che facevo in ufficio ma a casa. Chi lavora deve “ri-apprendere” il proprio lavoro e l’organizzazione deve “ri-progettarsi” secondo nuovi schemi.

Ad esempio:

  • come evolvere il modello di business,
  • come comunicare efficacemente con tutti,
  • come prendere decisioni condivise,
  • come allinearsi su obiettivi e una cultura comuni,
  • come delegare sempre di più le persone a decidere autonomamente.

Ognuno di questi punti meriterebbe un approfondimento a sé. 

Una cosa però merita di essere detta. Non a tutti piace (anche quando non è imposto dal Coronavirus) e non tutti sono disposti a rinunciare alla forma “canonica” di lavorare, specialmente, strano a dirlo, i più giovani. Chi si appresta a fare una transizione al full-remote deve tenere conto anche di questo.

Come stiamo affrontando il cambiamento

La decisione di diventare full-remote è stata comunicata a tutti in una riunione da remoto dove è stata spiegata la decisione e le sue motivazioni con la possibilità poi di fare domande.

A seguito di ciò, noi (Antonio dell’Ava, Alessandro Violini e Alessandro Minoccheri) ci siamo presi la ownership di facilitare questo cambiamento aziendale facendo delle attività per evitare problemi e cogliere l’occasione per continuare a migliorare Flowing.

Forti del nostro metodo, abbiamo cercato di calarlo su questo contesto. Come già detto, sappiamo che non esistono “ricette” preconfezionate per risolvere queste situazioni. Abbiamo quindi deciso di partire con due attività:

  • studiare case history di altre aziende per ricavarne insegnamenti, far emergere pattern ricorrenti e aumentare la nostra consapevolezza,
  • fare un’intervista a ogni surfer per capire meglio il punto di vista di ognuno su questo cambiamento.

Abbiamo agito così perché preferiamo non formulare una qualsiasi teoria da poter validare con una logica sperimentale anche se, come detto sopra, avvertivamo già dei punti sensibili. Abbiamo cercato invece di far emergere tutte le sfaccettature del nostro sistema, per poterle riconoscere e, solo a quel punto, metterle in relazione ad altre esperienze parallelamente studiate. In queste settimane ci confronteremo per procedere, come sempre, a interventi piccoli e frequenti, per andare progressivamente ad aggiustare i punti emersi dalle interviste.

Cosa ci sentiamo di consigliare

Ciò che suggeriamo alle organizzazioni che in questo momento stanno vivendo, senza averlo scelto, il lavoro remoto è di:

  • diffidare delle ricette pronte,
  • inquadrare questo cambiamento come sistemico, non come un semplice “faccio la stessa cosa ma da casa”,
  • studiare ciò che esiste già in letteratura,
  • parlare e chiedere consiglio ad altre aziende che fanno lavoro da remoto da più tempo,
  • confrontarsi il più possibile internamente,
  • agire con la logica di cambiamenti frequenti, di cui si misura ogni volta l’efficacia,
  • avere il coraggio di prendere decisioni su questo tema,
  • accettare che sarà un percorso non immediato, implementare il lavoro da remoto richiederà tempo da dedicare.

Photo by Sabri Tuzcu on Unsplash


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